#21 Un'altra riforma di cui non sa niente nessuno
Quando smetteremo di considerare gli istituti tecnici scuole di cui non vale la pena scrivere e parlare sarà sempre troppo tardi.
Bentornate e bentornati a Com’è andata a scuola oggi? la newsletter che parla di scuola e dintorni.
Questo numero propone una riflessione su un Decreto ministeriale approvato il 19 febbraio, pubblicato sul sito del MIM il 12 marzo e che riguarda il 31% dei quattordicenni italiani, a cui, però, nessuno ha detto nulla, perché nessuno sapeva nulla.
Se conosci qualcuno a cui può interessare questa newsletter, ecco il pratico pulsante di condivisione.
I lettori di questa newsletter lo sanno che sono appassionata di premesse, e quindi questo numero non fa eccezione.
La premessa, però, questa volta è diversa: sono arrabbiata.
Sono arrabbiata con molte persone e molte istituzioni, e soprattutto sono arrabbiata con la stampa, che quando parla di scuola lo fa solo se parla di licei; derubricando ogni altro tipo di scuola a posto in cui avvengono fatti di cronaca su cui scrivere pensosi editoriali su una generazione rovinata.
Sono arrabbiata con tutti (e non sono pochi) gli insegnanti (di liceo e dell’università) invitati dagli stessi giornali a parlare di scuola, che, le poche volte che succede che si parli di istruzione tecnica, lo fanno senza saperne nulla e senza degnarsi di studiare.
Perché è difficile.
Così abbiamo un tema, difficile, che viene o non raccontato affatto o viene raccontato male: e sinceramente non so cosa sia peggio.
Questo numero nasce dall’incontro casuale1 con un collega, che mi ferma sulle scale mentre sto entrando a scuola, e mi dice “hai visto che tolgono fisica dal biennio del tecnico?” (spoiler: non è del tutto vero).
Io mi fermo, lui mi mostra un file — abbastanza mostruoso per complessità e grafica, una di quelle cose che se non sai che cosa stai guardando e che cosa cercare è completamente incomprensibile — da cui si evincono una serie di modifiche che riguardano gli istituti tecnici a partire dal 1 settembre di quest’anno.
Studiando un po’ con calma la questione, poi, ho scoperto delle cose a latere di quelle che ho visto su quel file, che scrivo non perché siano essenziali, ma perché sono interessanti.
C’è un decreto legge il n. 29 del 19 febbraio 2026, emanato dal Ministero dell'Istruzione e del Merito (MIM) di concerto con il Ministero dell'Economia e delle Finanze che riforma l’istruzione tecnica, a partire dal prossimo anno scolastico.
Facendo un po’ di ricerche viene fuori che la maggioranza di questo governo ha approvato questo decreto, sì, ma che questo decreto ha una storia lunga che risale al 2022 — quindi al governo Draghi — e diventa legge grazie a un largo appoggio parlamentare, perché è una riforma, questa, che ha avuto l’appoggio di due maggioranze diverse, prima quella larghissima di cui faceva parte chi oggi è all’opposizione, e oggi quella molto larga di questa maggioranza e che include l’unica forza politica che durante il governo Draghi era all’opposizione2: a dire che le posizioni di un partito dipendono più dalla posizione di potere che dalle idee, se qualcuno avesse ancora dei dubbi.
Com’era, come sarà
Quando dico che le cose sono difficili, intendo dire che quando c’è stato l’ultimo riordino degli istituti tecnici, nel 2010, le pagine descrittive di tale riordino, nei documenti ufficiali, erano 101.
Per dare almeno un’idea di cosa è stato quel riordino, qualche dato: gli istituti tecnici sono da allora divisi in due settori — economico e tecnologico — e in un tot di specializzazioni.
Io, che sono blandamente esperta in ITI del settore tecnologico — sono blandamente esperta e insegno in un ITI da una ventina d’anni; quando dico che serve studiare, e nemmeno poco, intendo questo — conto una quindicina di specializzazioni che fanno parte del settore tecnologico; quante siano le specializzazioni del settore economico di preciso non lo so, ma quando furono pensati le specializzazioni erano quattro.
Sono certa che oggi siano di più.
Ora, dato che ho detto che sono blandamente esperta in ITI tecnologici, la mia riflessione si concentrerà su quelli, ma leggendo in giro ho visto che ciò che dirò non è molto distante da quello che si può dire sugli altri tecnici.
E quindi com’era?
L’ITI del settore tecnologico, fino a oggi, era caratterizzato da un biennio comune a tutte le specializzazioni (in due anni cambiava soltanto una materia, in seconda, che era materia di indirizzo) e aveva una forte inclinazione scientifica.
Oltre alle ore di matematica, infatti, nel biennio comparivano due ore di scienze naturali, tre di chimica, tre di fisica (di queste due discipline, due ore si svolgevano in laboratorio). Sono otto ore, se volete risparmiarvi i conti.
Un quattordicenne — storicamente in maggioranza si parla di maschi — si iscrive a quel tipo di scuola perché non ha una grande vocazione letteraria (questo è un eufemismo), perché ha una discreta competenza matematica, perché ha un profilo di apprendimento pratico: facendola molto breve, impara facendo le cose, non ha moltissimo desiderio di studiare, immagina il suo futuro come lavoratore a un’età abbastanza precoce — 19 anni — e non immagina di andare all’università.
Dopo il biennio comune — che dà il grande vantaggio che quando capisci che studiare, che so, elettronica non fa per te, ti permette di passare a studiare, che so, meccanica — il triennio diventa decisamente più specialistico e si studiano per molte ore a settimana le discipline che caratterizzano quella specializzazione.
Con il diploma — quello che una volta era il diploma da perito, ovvero da esperto — uno studente trova facilmente da lavorare, e si può iscrivere a corsi di istruzione superiore (i famosi ITS di cui ogni tanto avrete sentito parlare) o all’università.
Lo sbocco universitario naturale è la facoltà di ingegneria, che è l’ideale continuazione delle discipline studiate nel triennio.
Detto tra noi, l’università non è una strada facile per un diplomato del tecnico: non lo è perché l’ITI è una scuola orientata più alla pratica che allo studio, ma un buon istituto tecnico fornisce agli studenti una robusta preparazione scientifica, se non nei contenuti almeno nel metodo, che, aggiunta a un giusto ammontare di studio, consente a molti di prendere almeno una laurea triennale.
Nella mia esperienza da docente, poi, molti miei ex studenti hanno avuto ottimi successi sia nello studio che professionali, con il vantaggio che hanno accompagnato all’università il lavoro, perché — lo dicevo prima — con un diploma tecnico lavoro si trova piuttosto velocemente.
Come sarà
Da settembre 2026 questo sistema cambierà.
Ci tengo a dire che questo cambiamento non è stato comunicato durante gli open day delle scuole superiori perché alle scuole stesse non è stato comunicato, e quindi cambierà dopo che le famiglie hanno già iscritto i figli a scuola, dopo che sono state chieste le classi agli uffici scolastici, dopo che sono stati presentati gli organici necessari per il prossimo anno scolastico.
È come se qualcuno avesse prenotato un viaggio e gli cambiassero l’itinerario, ma solo dopo la prenotazione, senza avere la possibilità di cambiare meta.
Ecco alcuni dei cambiamenti più rilevanti.
Le otto ore di materie scientifiche nel biennio diventeranno quattro.
Queste ore non saranno più divise nelle singole discipline, ma avranno il nome generale di scienze sperimentali.
Aumenteranno, però, già dalla prima, le ore di discipline specifiche: meccanica per chi sceglie meccanica, informatica per chi sceglie informatica, e così via.
Continuando, possiamo registrare che tra la prima e la seconda si perderà un’ora di lezione a settimana — quindi 33 ore in meno all’anno di tempo scuola — e nel triennio, in quinta, le ore in meno a settimana di scuola saranno due.
Una di quelle che si perderà in quinta, l’unica cosa su cui ho registrato (sinceramente anche troppa) indignazione è un’ora di italiano.
Evidentemente le persone non ricordano che prima del 2010 le ore di italiano del triennio del tecnico erano già 3 a settimana — e anche a quel tempo alla maturità italiano era sempre presente — e non hanno notato che nell’istituto tecnico turistico in quinta si perdono ore di geografia, che nel contesto dell’indignazione mi pare una perdita altrettanto rilevante, ma tant’è: anche nella scala social dell’indignazione alcune discipline valgono meno di altre.
Se qualcuno si chiedesse qual è il razionale di diminuire le ore di scuola, in un momento in cui si chiede a gran voce più formazione e si nota che studiare di più è meglio che studiare di meno anche dal punto di vista della pace e dell’ordine sociale, io ho delle ipotesi a riguardo, e non hanno a che fare con la cornice culturale di questa riforma.
Aumentano, a parità di ore settimanali, infine, le ore lasciate in gestione alla scuola, che deciderà in autonomia che discipline rafforzare: in prima queste ore saranno due alla settimana; in quinta saranno sette.
Un’enormità.
Tutto questo sproloquio per dire cosa?
Intanto che si indebolisce il curricolo scientifico di una scuola che aveva un curricolo scientifico di livello: in un paese che lamenta la mancanza di laureati in discipline STEM è una scelta paradossale.
In secondo luogo si anticipa l’orientamento specifico, di due interi anni: se fino a 16 anni oggi uno studente può con un certo agio passare da una specializzazione all’altra, da settembre questo non sarà più possibile se non passando un esame che riguarda la materia specifica.
Nel corso della prima sarà fattibile, nel passaggio dalla seconda alla terza — momento in cui i cambi sono più numerosi — sarà molto più complesso perché le ore di preparazione specifica saranno diventate molte.
Scegliamo, quindi, di far sì che dei ragazzini decidano, a 13 anni, il loro futuro?
Lo scegliamo.
Sappiamo che la scelta precoce è un problema per il successo formativo?
Lo sappiamo.
Componendo questi due fattori, orientamento precoce e indebolimento del curricolo scientifico, rendiamo più difficile che un diplomato all’ITI si iscriva all’università e si laurei?
Lo rendiamo più difficile.
Questo si combina con la seconda riforma dei tecnici che prevede un accorciamento di un anno di frequenza e la creazione di un secondo canale che allontana dall’università i diplomati del tecnico?
Si combina, è lì da vedere.
Che cosa dovrebbe farci pensare tutto questo?
Sommando questa riforma al 4+2, è evidente come ci sia un interesse ad anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro di alcuni profili professionali.
Sono profili qualificati ma non abbastanza da accedere a posizioni dirigenziali; sono profili che garantiscono di trovare un lavoro con una certa facilità, ma sono profili professionali con una certa rigidità, non proprio adattissimi in un contesto di cambiamento rapido e che richiede aggiornamento e studio continuo come quello di oggi.
Mi verrebbe da dire che sono profili che fanno comodo solo a chi cerca manodopera qualificata ma che si può pagare meno di quanto avrebbe senso pagarla; una manodopera che per la sua stessa caratteristica è facile da fidelizzare; una manodopera perfetta per la PMI italiana, che viene sempre descritta come il fiore all’occhiello di questo paese, che però ha la produzione industriale più bassa di tutti i tempi.
Insomma un regalo a qualcuno fatto sulle spalle di qualcuno più debole?
Lo avete capito: è una domanda retorica.
È una domanda retorica soprattutto perché il profilo degli studenti degli istituti tecnici è cambiato moltissimo negli anni, ed è un profilo che fa storcere il naso a moltissimi.
Intanto, per dare un po’ di numeri, gli iscritti al primo anno degli istituti tecnici per l’anno scolastico 2026/2027 sono il 31,7% di tutti gli iscritti alla scuola superiore, quindi questa riforma tocca un sacco di ragazzi e un sacco di famiglie.
Sono, però, iscritti che hanno alcune caratteristiche che li rendono utenti fragili3 della scuola, e soprattutto molto poco informati: intanto tra questi ragazzi c’è una grande presenza di studenti con Bisogni Educativi Speciali (per chi non lo sapesse è la formula che comprende persone con disabilità, disturbi specifici dell’apprendimento e situazioni di disagio economico e sociale); poi sono studenti tra cui è presente una grande componente di seconde generazioni o provenienti da migrazioni recenti; infine sono studenti le cui famiglie raramente sono famiglie di laureati.
Sono — tagliandola con l’accetta — poveri.
Non solo poveri economicamente — talvolta non lo sono affatto — ma poveri culturalmente; e, soprattutto, hanno meno possibilità in partenza.
E questa riforma gliene toglie ancora, di possibilità.
Questa riforma, fatta senza dibattito nelle scuole, senza che ne sia stata data adeguatamente comunicazione, al punto che la maggior parte dei miei colleghi non ne sa ancora nulla, viene approvata e messa in pratica a iscrizioni già avvenute, a giochi fatti, senza che ci siano indicazioni chiare, linee guida, indicazioni sui programmi.
Se mi passate il termine poco ortodosso, una zozzeria.
E poi, i soldi
C’è poi un pezzo di questa riforma che riguarda i docenti e gli investimenti sulla scuola, dettaglio che si desume dal fatto che questo decreto è stato scritto dal MIM di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Chi è nella scuola sa, ancora prima di leggere i dettagli, che se un decreto ha quella paternità lì, sarà fondato su tagli.
Tagli di ore vuole dire risparmio, accorpamento di discipline vuole dire risparmio, abolizione di ore di laboratorio vuole dire risparmio.
Non strategia, non un’idea, non un orizzonte culturale: risparmio.
Per fare un esempio di disastro culturale: vi ricordate le otto ore di discipline scientifiche che diventano quattro?
Non si sa ancora come saranno assegnate, quelle ore, ai docenti di quale disciplina — in ogni caso ci sarà una perdita di preparazione, perché difficilmente un laureato in scienze sarà adeguatamente preparato per insegnare anche fisica, e ovviamente vale anche l’opposto, in tutte le combinazioni possibili — non si sa se ci saranno ancora le ore di laboratorio, e quali saranno i programmi.
L’unica cosa che si sa è che si perderanno posti di lavoro.
Ma, per la specificità del lavoro degli insegnanti, questi posti non verranno cancellati — i contratti della scuola sono a tempo indeterminato davvero — ma ci saranno, a partire da settembre, molti docenti che dovranno cambiare scuola e facilmente allontanarsi dai loro domicili, che dovranno insegnare in più scuole, che saranno assegnati in posti che non hanno scelto e che non avranno la possibilità di scegliere.
Insegnanti che a parità di stipendio vedranno diminuire la qualità della loro vita.
Non un trattamento che faccia venire voglia di insegnare meglio, aggiornarsi e studiare, va da sé.
A questi insegnanti si devono sommare i vincitori di concorso su quelle discipline lì: hanno vinto un concorso che non gli darà il posto per cui si sono presentati, perché quel posto non ci sarà più.
Come non ci sarà più un posto come supplenti, su quelle discipline lì, perché gli insegnanti di ruolo che hanno perso posto non saranno pochi.
Non saranno pochi nemmeno i posti che resteranno vacanti, per esempio quelli delle discipline specifiche che vengono rafforzate ma per le quali — da anni — non c’è sufficiente personale: già oggi, facendo un esempio, le cattedre di meccanica o informatica sono occupate da neolaureati — talvolta anche solo con la laurea triennale — che non hanno una preparazione didattica specifica.
Aumentando le ore di quelle discipline non si moltiplicheranno gli ingegneri che vorranno venire a fare i docenti, perché, non è difficile da immaginare, le prospettive economiche e di carriera che ha un ingegnere oggi — anche fosse solo la propria spendibilità all’estero, che per chi fa l’insegnante è zero — un docente non le ha.
Ci saranno classi che vedranno gli insegnanti a novembre inoltrato, e saranno insegnanti scelti non tra i migliori, a voler essere sinceri.
E infine, il potere
E, infine, questa riforma aumenterà il potere dei dirigenti scolastici, che avranno a disposizione un monte ore rilevante — 561 ore per l’intero quinquennio — da assegnare autonomamente per rinforzare il curricolo di alcune discipline.
Sarebbe bello pensare che quell’autonomia sarà usata per rinforzare la preparazione degli studenti, ma sono troppo vecchia per non immaginare una cosa molto diversa.
Saranno ore che verranno concordate con i rappresentanti delle materie e i sindacati, e su quelle ore si giocherà la forza di alcune specializzazioni e di alcune persone negli istituti scolastici.
Saranno ore che verranno assegnate per non fare perdere posti di lavoro, per rinforzare il potere della dirigenza, e potranno essere assegnate con quella discrezionalità che siamo abituati a chiamare merito, e che invece è spesso solo uno scambio di favori.
Ed è così, aumentando il potere dei dirigenti scolastici, che ormai da anni non trovano più nei collegi docenti un contrappeso adeguato al loro potere, che la scuola pubblica verrà gestita come fosse una scuola privata, scegliendo però, delle scuole private, soltanto le dinamiche peggiori.
E così, ancora una volta, lo Stato risparmia sulla scuola, e lo fa risparmiando sugli studenti meno privilegiati, che talvolta hanno nella scuola — e in molti, moltissimi casi è ancora vero — l’unico mezzo per uscire da situazioni problematiche ed economicamente difficoltose.
Ancora una volta, dato che questa riforma non tocca coloro che hanno visibilità, come era successo per una analoga recente riforma dei professionali, di questi cambiamenti non si saprà quasi nulla, e la scuola pubblica radicalizzerà le differenze di classe.
Un lavoro che la destra non ha nemmeno avuto bisogno di fare da sola, perché distinguere i ricchi dai poveri, e tenere i poveri al loro posto, è un fine comune, con buona pace di quelli che difendono, ormai evidentemente solo a parole, la scuola democratica.
Come è andata a scuola oggi? dovrebbe uscire ogni quindici giorni, ma dato che della scuola si parla spesso (e spesso a caso) e alcuni politici fanno dichiarazioni a riguardo pressoché quotidiane, non escludo che ogni tanto usciranno numeri in più.
Se non vuoi perdertene nemmeno uno, clicca qui sotto:
L’aggettivo casuale, dato che la mia scuola è un istituto tecnico dà la misura di quanto le scuole stesse siano state tenute all’oscuro di questo terremoto che le sta investendo.
Per i più distratti sto parlando di Fratelli d’Italia, che ha votato contro questa riforma mentre era all’opposizione e l’ha approvata e resa fattiva adesso, che è al governo.
Che brutta espressione, tra l’altro.


Hai l’indubbio merito di avermi fatto iniziare a bestemmiare alle 8:30 del mattino…!
Grazie! Una cosa, su tutte, mi fa arrabbiare: sempre, e solo, in nome del risparmio! E sulla pelle dei più deboli...