#27 La libertà dei giovani, che ci fa tanta paura
Dietro al DL sul consenso c'è una visione del mondo
Bentornate e bentornati a Com’è andata a scuola oggi? la newsletter che parla di scuola e dintorni.
Questo numero propone una lettura più ampia del DL sul consenso informato in materia di educazione all’affettività.
Se conosci qualcuno a cui può interessare questa newsletter, ecco il pratico pulsante di condivisione.
Per una serie di circostanze che non hanno a che fare con me e la mia preparazione come insegnante, ma più che altro con le discipline che insegno, e, forse un pochino, con il mio modo di parlare agli adolescenti, sono da sempre depositaria di confidenze da parte di studentesse e studenti; e spesso sono stata la persona a cui chiedere consigli su svariati temi.
In 25 anni ho abbracciato ragazze e ragazzi in lacrime per una storia d’amore andata male, ho consigliato letture consolatorie e incoraggianti, ho accompagnato delle persone a fare una denuncia, sono stata interpellata come persona informata rispetto ad alcune situazioni delicate, ho raccolto diversi coming out.
Mi è stato chiesto come si fa a lasciare qualcuno, come si invita qualcuno a uscire, come ci si dichiara, cosa fare di fronte a un ghosting, quando si capisce se si è innamorati; ho ricevuto confidenze rispetto a famiglie che si stavano dividendo, a persone che risultavano moleste, a difficoltà di natura tra loro diversissima, dal bullismo ai disturbi del comportamento alimentare.
Prof, dopo la lezione le posso parlare? è una delle frasi che sento pronunciare più spesso: la maggior parte delle volte sono chiacchiere che servono a capire meglio cose di scuola (come riuscire a interagire con un insegnante considerato severe e poco disponibile, come recuperare un compito, come superare l’ansia da interrogazioni).
Ma quella domanda spesso apre una finestra su mondi che altrimenti resterebbero invisibili, nascosti dietro a quaderni degli appunti e voti appuntati sul registro elettronico.
Invece ho la fortuna — io credo che sia una fortuna, ma confesso che è talvolta anche un peso — di essere spesso quella che sa cose che molti colleghi non sanno; ma perché sai sempre tutto? mi viene spesso chiesto.
La verità è che non lo so, perché ragazze e ragazzi mi raccontano le loro vite, ma so che lo fanno.
Davanti a quelle confidenze sento fortissima la responsabilità di essere all’altezza, ma se quando ero giovane avevo la preoccupazione di “sapere la risposta”, oggi ho capito che la maggior parte delle volte serve soltanto esserci, ascoltare, aiutarli a ragionare sulle domande che mi fanno: so che sono giovani, — ricordate Calvino? Uno crede di esser incompleto e invece era soltanto giovane — che cambieranno mille volte idea, ma che ci sono momenti in cui hanno bisogno dello sguardo di un adulto che li conforti sulle loro esperienze, che dica loro che vanno bene i dubbi, va bene non essere sicuri, va bene non essere capaci, va bene voler lasciare qualcuno anche se è una persona gentile, va bene non essere più innamorati, va bene essere omosessuali.
Bene, in questi anni sono cambiate alcune cose, perché per esempio negli ultimi cinque anni è cresciuto enormemente il numero di genitori che mi dice professoressa ci parli lei, perché lei la ascolta, ma c’è una cosa che è rimasta costante: la richiesta di ragazze e ragazzi prof, per favore, non lo dica a mia madre.
Ecco, questa cosa ricordatela, che è importante: per favore, non lo dica a mia madre.
Intermezzo
La prima volta che sono uscita, per un anno solo, da una classe di soli maschi, era il 2010: mi sono trovata in una quarta superiore con una dozzina di ragazze, tutte variamente fidanzate, tutte sessualmente attive.
Bene, ogni mese, praticamente a rotazione, ne avevo una in lacrime, in ansia, terrorizzata. Il motivo, banale, in effetti, è che aveva un ritardo.
All’inizio non ci avevo nemmeno fatto troppo caso: certo, le adolescenti con gli ormoni a mille alle prese con il ciclo mestruale non sono esattamente persone che non drammatizzano; ma poi, mese dopo mese, mi sono resa conto che questa cosa era una costante, quindi mi feci un appunto per parlare di questa cosa con loro.
E poi, un giorno, davanti a una ragazza angosciatissima perché le mestruazioni non arrivavano, quando le consigliai di andare almeno in consultorio, mi sentii dire questa cosa qui:
Ma sì, prof, mia mamma è rimasta incinta di mia sorella che aveva 16 anni. Mia sorella ha avuto un bambino a 17. Deve essere un destino di famiglia: se sono incinta avrò anche io un bambino da molto giovane.
Chi mi conosce lo sa, sono una che ha un temperamento leggermente focoso.
Quindi, feci così.
Chiesi ai ragazzi di uscire dall’aula, mi tenni tutte le ragazze in classe e per 10 minuti feci loro un culo stratosferico quando scoprii che nessuna usava metodi contraccettivi ormonali — prof mia madre non sa che faccio sesso — e che i preservativi ai loro ragazzi non piacevano — prof dice che non sente niente — e che però — prof, mi dice che sta attento lui.
Così attento che ogni mese era una pena.
Quando finii con le ragazze feci il cambio; mi portai dentro l’aula i ragazzi e il culo stratosferico lo feci a loro: che nel 2010 un’adolescente rischiasse una gravidanza mi pareva assolutamente folle, e ancora più folle mi sembrò l’assoluta ignoranza del funzionamento dell’apparato riproduttivo di tutti loro.
Erano giovani, bellissimi, avevano i loro corpi che richiedevano di sperimentare il piacere, il desiderio sessuale che dominava una buona parte delle loro vite e non sapevano niente di come funzionava.
Da lì cercammo insieme il numero, l’indirizzo e gli orari del consultorio più vicino.
Le ragazze, più o meno in gruppi di tre, ci andarono.
Naturalmente questo mio intervento improvvisato servì pochissimo: una di loro rimase incinta durante l’ultimo anno di superiori; qualcuna ha avuto figli da giovanissima.
Di queste, nessuna ha continuato a studiare.
Le cose sono cambiate?
Io non lo so se le cose da allora sono cambiate; senza rifletterci direi di sì, perché non ho più avuto quel tipo di esperienza, ma forse non l’ho avuta perché ho cambiato contesto (e per un po’ si sono di nuovo azzerate le ragazze in classe), tipologia di scuola, regione, città.
Non saprei.
So, però, che i dubbi sul sesso sono ancora tanti; sulle relazioni ancora di più.
So anche che le famiglie sono molto più presenti che nel 2010, ma non sono presenti e basta; sono presenti e controllanti.
Uno dei motivi per cui le persone che mi chiedono di parlare mi dicono sempre prof non lo dica a mia madre, è perché, in generale, le madri (in misura minore i padri, ed è una cosa che va detta, perché i padri servono, e troppo spesso sono figure solo sullo sfondo) sanno tutto: i voti che prendono, i compiti che devono fare, chi sono i loro amici, la loro posizione, in tempo reale, quando escono, che metodi contraccettivi usano, se hanno o non hanno rapporti sessuali e dove (in generale in casa, quando i genitori non ci sono e anche quando ci sono).
Ma tutta questa presenza, tutta questa conoscenza, tutta questa confidenza non è quasi mai una cosa che vogliono e chiedono i figli: è una moneta di scambio con i genitori per avere un po’ di libertà, per rassicurarli, per poter fare “quello che vogliono”.
E però, poi, quando ci sono dei problemi, e sono problemi che nessuno mai mette in conto, le storie che finiscono, le famiglie che si preoccupano, l’ansia che talvolta entra a fare parte della vita di questi adolescenti che hanno, tra le altre cose, ottimi motivi per essere angosciati dal mondo che li circonda, ecco che improvvisamente ragazze e ragazzi hanno bisogno di altri adulti, perché nessuno ha mai bisogno soltanto dei propri genitori, nella vita.
Ed ecco che però ci sono famiglie — e nemmeno poche — che rifiutano il suggerimento di far parlare i figli con un professionista perché non hai bisogno di uno psicologo, ci siamo noi, a noi puoi dire tutto; e ci sono famiglie che davanti ai problemi — piccoli o grandi non importa, è sempre valido che i problemi sono sempre grandi per chi li ha e sempre piccoli per chi li guarda — non sanno che fare, o hanno soltanto soluzioni non adatte, o hanno problemi ancora più grandi a cui far fronte, per preoccuparsi del figlio che va male a scuola e rischia la bocciatura perché la ragazza lo ha lasciato.
E insomma, sarebbe bello che queste ragazze e questi ragazzi avessero un luogo in cui ci sono persone diverse da quelle con cui condividono la tavola e che sono le stesse che già controllano i loro voti, che già gli insegnano tante cose, che già hanno molte richieste, con cui parlare, confrontarsi, a cui chiedere conforto, aiuto, sostegno.
O anche solo persone con cui parlare di cose di cui si vergognano o che pensano siano sbagliate potendosi non vergognarsi o non sentirsi sbagliati.
Ecco, sarebbe bello, ma questo governo ha deciso di no.
Questo governo ha deciso che bambine e bambini non hanno né una sessualità né una vita affettiva — e che importa se noi tutti sappiamo per esperienza o anche soltanto perché abbiamo studiato che è falso — e che invece per adolescenti e preadolescenti la sessualità e l’affettività sono un luogo in cui la famiglia è sovrana.
Questo governo ha deciso che ragazze e ragazzi non meritano un luogo in cui esercitare la propria libertà e in cui costruire la propria identità lontana dalle richiese e delle pretese della famiglia.
Questo perché, certo, nella vulgata comune, così rassicurante, le famiglie sono luoghi di amore, protezione e accudimento.
I figli sono dei genitori, ripetono ossessivamente: che orrore, per altro.
Ma questa narrazione è una narrazione falsa: le famiglie sono luoghi di amore, protezione e accudimento tranne quando non lo sono.
Tranne quando i tuoi genitori sono violenti.
Tranne quando i tuoi genitori sono omofobi e tu sei, cose che capitano anche senza essere sottoposti all’inesistente ideologia gender, anche se diversi ministri dicono di no, omosessuale.
Tranne quando i tuoi genitori non sono accoglienti.
Tranne quando i tuoi genitori non hanno le risposte alle tue domande; e tante volte non le hanno.
Tranne quando i tuoi genitori hanno anche altri problemi, e non hanno tempo.
Tranne quando i tuoi genitori sono alle prese con separazioni, divorzi, persone da accudire, difficoltà legate alle dipendenze da sostanze, quando sono circondate da persone problematiche, o sono loro stessi persone problematiche.
Tranne quando i tuoi genitori ti usano come specchio per dirsi che sono bravi genitori.
Tranne quando le famiglie non sono perfette.
Di che cosa abbiamo paura
Eppure, che la scuola sia il luogo in cui ci si emancipa dalla cultura in cui siamo nati, lo abbiamo ben chiaro.
I mille progetti che nascono nel contenitore chiamato Educazione alla legalità non ci insegnano forse che i valori della costituzione sono superiori a quelli delle famiglie?
Non insegniamo a ragazze e ragazzi che la vendetta privata è da evitare, che ci si può (e si dovrebbe) allontanare dai contesti violenti — ma non lo sappiamo solo noi, il famoso decreto Caivano sempre citato dal Ministro non è esattamente quello? — che fumare fa male, che l’alcol va evitato il più possibile, che non si guida ubriachi, che non si occupano i posti riservati alle persone con disabilità e che non ci si droga?
Non cerchiamo di salvare (perdonate il termine è orrendo, ma è quello della retorica di cui tutti si riempiono la bocca appena prima di girarsi dall’altra parte perché bambini e ragazzi non votano, quindi salvarli conta, sì, ma poco) dai contesti deprivati il numero maggiore di persone?
Non mostriamo, anche in Mare fuori mica solo a scuola, che uno degli eroi della storia è il figlio di una famiglia camorrista che invece vuole fare il parrucchiere e vuole liberarsi della sua famiglia?
Eppure tutto vale, dall’educazione alimentare a quella stradale, per cui a scuola vengono invitati rappresentanti delle FFOO a sensibilizzare rispetto alla guida in stato di ebbrezza e a eccessiva velocità pur sapendo che ci saranno genitori che vanno troppo veloci e non saranno sempre sobri alla guida, tranne quando si parla di sesso.
Il sesso è il tabù assoluto.
Il figlio di un evasore fiscale si sentirà raccontare che evadere le tasse non è una buona azione rispetto alla collettività, che è anzi un reato, e quindi scoprirà che forse il proprio genitore non è un membro positivo per società, ma no, non si può dire che le persone omosessuali esistono, e non parliamo poi delle persone trans.
Eppure esistono.
Come esistono persone violente, manipolatrici, abusanti.
E non sarà un DL a cancellare la realtà: ma renderà più difficile capirla, interpretarla e viverci dentro.
Tutta questa retorica, vuota e sterile, sulla famiglia naturale, sulla normalità, si scontra con il fatto che questo DL è la pietra miliare della paura.
Cosa c’è di naturale nella famiglia e di normale in un’identità sessuale che pare non poter nemmeno sopravvivere a due lezioni di educazione sessuale?
Cosa c’è che fa così paura nell’omosessualità, dal momento che l’omosessualità esiste e quindi non è che possiamo fare finta, davvero, che non ci riguarderà mai?
Cosa c’è che terrorizza del sesso?
Forse che persone con una vita sessuale serena e soddisfacente sono più felici e quindi più difficili da manipolare sventolando a giorni alterni paure diverse, dal gender ai migranti?
Forse che gli anziani di questo paese, che sono tantissimi, dal momento che non stanno dietro al mondo contemporaneo e vedono il loro tempo esaurirsi vogliono fermarlo portando indietro l’orologio a cento anni fa?
Forse che troppe persone non hanno una vita sessuale e relazionale felice e così si accontentano di rendere infelici più persone possibili invece di cercare di essere felici loro?
Alla fine torniamo alla richiesta là sopra: prof, per favore, non lo dica a mia madre.
Credo che sia ora di ammettere che i più giovani, anche i bambini, hanno diritto di avere spazi loro, segreti.
E che il ruolo degli adulti non sia occupare e presidiare ogni spazio dei più giovani, ma farsi trovare al loro posto, di adulti, in disparte, porca miseria, in disparte, ma come sostegno, quando emergono dei problemi; ed essere felici quando le persone adolescenti sono libere di andare, si sentono sicure, hanno una rete di persone di riferimento con cui confrontarsi.
Essere felici di avere figli felici e non perfetti.
Leggendo il testo del DL io e molti colleghi abbiamo automaticamente pensato a come ovviare al divieto, se servisse: come trasformare quelle attività extracurricolari in curricolari; come continuare a parlare di argomenti come l’amore, le relazioni, il sesso, non perché siamo noi che vogliamo parlarne, perché sinceramente io avrei un Pirandello a cui dedicare molte ore, scusatemi, ma perché di parlare di sesso, affettività, sentimenti, relazioni, identità di genere, lo chiedono loro, quelli che vengono a scuola, i protagonisti della loro vita, i protagonisti del futuro.
Non so cosa succederà, ma so, senza dubbio, che si è persa l’occasione per trattare bene i più giovani, un’altra volta.
Non so cosa succederà, ma credo sia arrivata l’ora che la scuola, tutta, a partire dai dirigenti, passando ai docenti e ai collaboratori scolastici, si ricordi che educare vuole dire portare fuori non rinchiudere le persone nelle case e nei mondi in cui sono, totalmente per caso, perché è così che si nasce, nati.
Educare.
Liberare.
Se nessuno lo ha fatto con noi, facciamolo noi per gli altri.
Sarà bello da vedere.
Come è andata a scuola oggi? dovrebbe uscire ogni quindici giorni, ma dato che della scuola si parla spesso (e spesso a caso) e alcuni politici fanno dichiarazioni a riguardo pressoché quotidiane, non escludo che ogni tanto usciranno numeri in più.
La prossima settimana uscirà un numero speciale, per commentare insieme le tracce di maturità.
Se non vuoi perdertene nemmeno uno, clicca qui sotto:


Leggendo mi è venuto in mente un romanzo che ho letto qualche anno fa, in inglese ma c’è anche in italiano (orologi rossi di Leni Zumas).
Ai tempi era un romanzo distopico, ora praticamente non più: un presente-futuro in cui tutto è uguale se non che l’aborto è completamente illegale, con tutte le conseguenze del caso. Si intrecciano storie di donne di diversa età ed esperienze, e tra queste c’è la relazione tra una prof. e una ragazza.
La prof, come te, è depositaria della fiducia di questa ragazza (“non lo dica a mia madre”) e rimane fedele alla fiducia accordatale fino alla fine, nonostante i sue mille dubbi, questioni personali e anche gelosie.
Chissà, potrebbe piacerti!
Grazie Lorenza. Domani esco anche io con un numero tematico sullo stesso argomento ma mi ha scaldato il cuore leggere questo pezzo <3